La Romagna dei Bib Gourmand Michelin longevi

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L’Emilia-Romagna continua a essere la terra con il maggior numero di Bib Gourmand italiani: oggi sono 34, un primato che resiste nonostante, nell’ultima edizione della Rossa, la sola novità sia stata Brisla a Parma. Il Bib, vale la pena ricordarlo, non va confuso con la Chiocciola di Slow Food delle Osterie d’Italia: due mondi paralleli che solo pochi eletti riescono a far coincidere. A unirli, però, c’è un principio fondamentale: il prezzo. Tre piatti scelti dal menù – o un’unica proposta che li comprenda – devono rientrare nel tetto dei 40 euro.

In Romagna, l’epicentro del Gourmand resta Longiano, un piccolo scrigno collinare che da anni custodisce alcune delle migliori tavole del territorio. Qui il pesce, sorprendentemente, vince in collina più che al mare e anche in fatto di stelle siamo addirittura a due. Nel 1988, quando Magnolia e Terre Alte non erano ancora nate, il 31 dicembre apriva Dei Cantoni – Ristorante Boutique, guidato da allora dallo chef Danilo Bianchi insieme alla moglie Teresa. Nel cuore del centro storico, reso celebre anche dal Teatro Petrella, il menù racconta un’idea di cucina che guarda al vicino Adriatico ma non teme di spingersi oltre. La sequenza dei piatti parla chiaro: prima il pesce, poi il vegetale, infine la carne. Nei secondi, invece, domina la proposta carnivora, con un’unica eccezione marina. I contorni, tutti vegetali, sono trattati come vere portate.

Il pane arriva dal forno Demetra, gestito dalla figlia, ormai una piccola istituzione locale: la domenica mattina non è raro vedere una fila di appassionati alle porte del borgo sassoso. Persino le porcellane dell’acqua e le tovaglie, curate e ricercate, sono acquistabili solo durante il servizio.

Spostandosi a Faenza, un altro Bib storico è l’Enoteca La Baita, una delle pochissime Tre Bottiglie nazionali. Anche qui, nel cuore della ceramica, il pesce non manca e i contorni hanno una loro piccola carta, con opzioni proteiche e leguminose. È una gastronomia che si è fatta ristorante, con due ingressi e due sale distinte, dove i vini più richiesti per l’asporto sono gli stessi che accompagnano i piatti al tavolo.

Per trovare altri Bib bisogna lasciare la via Emilia e spingersi nell’entroterra, fino a Pianetto di Galeata, oppure tornare al mare nei due locali della famiglia Bartolini tra Cesenatico e Milano Marittima. Oppure ancora raggiungere San Pancrazio, dove La Cucoma continua a essere un riferimento nei dintorni di Godo di Russi con Specialità Pesce.

Nel riminese, dove la Chiocciola ancora manca, la Michelin segnala per il buon rapporto qualità-prezzo La Sangiovesa e Lazaroun a Santarcangelo, Osteria de Börg a Rimini, Marchesi a Novafeltria e l’ultima new entry romagnola del 2025: Osteria dell’Accademia a Montegridolfo, all’interno del Castello di Alba Ferretti.

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I Ristoranti del Vino by Wine Spectator

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3 Glass
Grand Award

dal 2019
Ristorante Cracco Milano

2 Glass
Best of Award of Excellence

dal 2020
Langosteria Milano
Seta Milan

dal 2023
Dalla Gioconda Gabicce Monte (Ps)
Zelo Milano

dal 2024
Affinatore Milano
Osteria del Viandante Rubiera (Re)
Ristorante Del Lago Bagno di Romagna (Fc)

Glass
Award of Excellence

dal 2013
Barbacoa Churrascaria Milano

dal 2022
STK Milano

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Il Sangiovese sul podio dei vini più desiderati al Mondo

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C’è anche un po’ di Sangiovese tra le uve dei dieci vini più cercati al mondo sul web, secondo la Top Ten 2026 stilata da Wine‑Searcher, l’oracolo digitale dell’e‑commerce enoico globale. E, per rassicurare i produttori del vitigno simbolo d’Italia, va detto subito che non si tratta dei soliti Chianti, Montalcino o Montepulciano: la sorpresa arriva proprio da chi ha scelto di uscire dai binari dei Consorzi. Insomma, anche la Romagna potrebbe farcela, se decidesse di ribellarsi con i suoi IGT “Superubicon”, figli di una libertà che altrove ha già fatto scuola.

Ma andiamo con ordine. Quali sono, davvero, i vitigni più desiderati all over the world? La platea dei romagnoli — produttori e bevitori — è vasta, e la curiosità merita risposta.

Il Cabernet Sauvignon domina incontrastato: è presente in sette vini su dieci, con l’unica eccezione del mitico Cheval Blanc, storicamente un 50/50 tra Merlot e Cabernet Franc. Per il resto, il rosso più famoso del pianeta non compare mai in purezza: sempre assemblato, sempre accompagnato, anche solo da un tocco di Petit Verdot. Neppure lo Shiraz australiano, che pure conquista una sola posizione in Top Ten, riesce a presentarsi integro: il Grange di Penfolds arriva al massimo al 97%.

A parte le due presenze borgognone — dove, come si sa, si piantano solo Pinot Noir e Chardonnay, e guai a mescolarli — il resto della classifica è un trionfo bordolese. I primi sette vini parlano tutti la lingua della Gironda, con una sola incursione australiana sul terzo gradino del podio.

In coda, ma solo per posizione e non certo per prestigio, due Romanée‑Conti/La Tâche da 19 e 5,5 mila euro a bottiglia. E poi, al nono posto, l’unica incursione italiana: un Sangiovese all’80%, completato da Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Prezzo? Appena 177 euro, un’inezia rispetto ai mostri sacri che lo precedono.

E allora la domanda sorge spontanea: che fine hanno fatto Nebbiolo e Brunello? La morale della favola è semplice: il segreto sta nell’appellativo “Super Tuscan”, quel vino ribelle e sessantottino che sfidò il Gallo Nero quando ancora imponeva di tagliare il Sangiovese con un 20% contenente anche uve bianche. Il Marchese Antinori disse basta, e nacque Tignanello. Da lì in poi, uscire dal Consorzio e dare un nome alla propria creatura è diventato un gesto di emancipazione. Lo stesso sta facendo Soldera di Case Basse, il vigneron che conquista anche le enoteche più modeste, pur viaggiando online a mille euro la bottiglia.

E allora, cari romagnoli, ben vengano anche i vostri Super Rubicon. La storia insegna che la ribellione, quando è fatta bene, porta lontano.

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La Fiera di Rimini ha smarrito la sua Guida più leccata

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Tutti si stanno chiedendo cosa sia realmente accaduto. E, in effetti, la notizia ha dell’incredibile, tanto da catturare l’attenzione di chiunque segua il mondo della gelateria italiana. Il “fattaccio”, come qualcuno lo ha già definito, risalirebbe ai mesi invernali, quel periodo sospeso tra novembre e gennaio in cui le gelaterie chiudono i battenti in attesa della nuova stagione. È il momento dell’anno in cui il freddo non invita certo a parlare di coni e coppette.

A meno che non si tratti di un raduno di professionisti che, sfidando ogni logica climatica, si ritrovano al Sud, a Palermo, per celebrare la loro arte. È proprio lì che, anche quest’anno, arriveranno a proprie spese — e con grande entusiasmo — i gelatieri selezionati per Sherbeth, l’evento che riunisce colleghi italiani e internazionali “a frigoriferi spenti”, quando il lavoro quotidiano è fermo e si può finalmente fare festa.

Sherbeth è il preludio ideale al grande appuntamento di Rimini, il Sigep, che anche quest’anno ha registrato il tutto esaurito lungo la Riviera a fine gennaio. Proprio al Sigep, nel 2017, venne presentata la prima edizione della guida alle migliori gelaterie d’Italia del Gambero Rosso, con l’assegnazione dei celebri Tre Coni ai maestri del settore. Sfogliandola, si trovavano poi anche gli indirizzi premiati con due o un cono, sparsi lungo tutto lo Stivale e comunque meritevoli di attenzione.

Quest’anno, però, qualcosa si è inceppato. La nuova edizione della guida non è ancora stata presentata: né la sede né la data sono state comunicate, e per la prima volta aleggia un mistero fitto attorno a un appuntamento che di solito richiama una folla appassionata.

Nell’attesa, possiamo consolarci guardando a come erano andate le cose in Romagna nell’ultima edizione disponibile, proprio ora che i gelati tornano protagonisti ovunque e si viaggia più informati.

La Romagna, va detto, non vanta gelaterie premiate con i Tre Coni, mentre da Bologna in su il panorama è decisamente più ricco. A sud, invece, il massimo punteggio raggiunto è quello dei Due Coni, assegnati a Peace & Cream di Faenza, Gelatomania di Forlì e Ciò di Riccione. Le tre province della Romagna solatia hanno dunque un rappresentante ciascuna che potrebbe, in futuro, puntare alla vetta dell’iceberg.

Scendendo al livello dei premiati con un solo cono, la mappa si allarga: a Castel San Pietro spunta Gusto Antico, a Cesena Leoni, a Ferrara Degli Angeli, a Forlì anche Freddino. Ravenna mantiene Blanco, presente sin dalla prima edizione, e dal 2024 aggiunge Sbrino. Riccione inserisce Kitchen Ice, mentre Rimini porta in dote tre insegne: Amareina, Il Castello e Biologica Santa Colomba.

Da segnalare, infine, i professionisti già selezionati e pronti a partire per Palermo a novembre: Burro Cacao da Imola e Marco Ottaviani da Rimini.

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Guida ai Beach Club d’Italia 2026 sull’Acqua

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Continuano a sventolare, solidi e riconoscibili, gli unici due Ombrelloni della provincia di Forlì‑Cesena: anche quest’anno restano saldamente nelle mani del Marè di Cesenatico. La recensione della guida sottolinea la chiusura del locale milanese del patron Luca Zaccheroni e ricorda la posizione suggestiva sul Porto Canale, nella sua parte meno “leonardesca”, dove oggi convivono anche realtà come Quintoquarto.

La struttura conta 200 postazioni, sei gazebo di fascia alta e un’ampia zona dedicata ai soli lettini, senza ombrellone. Nelle prime due file sono inclusi anche i materassini, dettaglio che racconta bene il livello del servizio. Ma è il Ristorante il vero fiore all’occhiello: presenza stabile nelle guide specializzate e, soprattutto, un unicum nel breve tratto di costa cesenate da Zadina a San Mauro, dove – fatta eccezione per il Bagno Elio, con la gestione separata dell’Onda Blu – non si trovano proposte di pari livello in spiaggia sulla Michelin. Anche nel ravennate, tolto il Salsedine di Lido di Savio, il panorama resta scarno.

Il riminese, invece, si consola con l’unico premio assegnato all’Emilia‑Romagna durante la presentazione della Guida ai Beach Club d’Italia 2026: il Best Quality & Sustainability, conquistato da Alta Marea di Cattolica. Un caso interessante, perché rappresenta l’unico esempio pre‑Bolkenstein della regione, simile a quanto accade in Veneto: undici operatori balneari riuniti dal 2002 sotto un’unica gestione coordinata.

I plus non mancano: piscina con acqua salata e riscaldata a ingresso libero, mini‑piscine idromassaggio, una palestra Technogym (di produzione cesenate), area attrezzata per i cani e ben tre ristoranti. Di particolare impatto il roof del Coloniale, mentre la simpatia del patron – che ricorda da vicino Paolo Cevoli – aggiunge un tocco di familiarità romagnola.

Tornando a Cesenatico, una nota utile: gli animali non sono ammessi in spiaggia, ma possono accedere al ristorante.

La Guida ai Beach Club d’Italia 2026: un’edizione che allarga gli orizzonti

Sarà presentata giovedì 7 maggio, nelle sale dell’Hotel Gallia di Milano, la terza edizione della Guida ai Beach Club d’Italia 2026. Un appuntamento ormai atteso, che quest’anno porta con sé una novità significativa: l’ingresso ufficiale dei Beach Club dei laghi, si inizia con Lombardia e Veneto che fanno il loro debutto nella pubblicazione.

Per la prima volta, infatti, accanto alle località del Garda e del Lario compare anche Milano Segrate, grazie all’Idroscalo e al Kora Beach, inaugurato appena un anno fa e già premiato con due Ombrelloni. Sul Lago di Como, a Menaggio, con vista privilegiata su Bellagio, arriva invece un riconoscimento di peso: tre Ombrelloni al Beach Club di un hotel che vanta già due Chiavi Michelin.

In Veneto, lo stesso traguardo viene raggiunto da Riviera Lake, che a Punta San Vigilio (Vr) i tre Ombrelloni si intrecciano con la cucina dello chef recentemente insignito della seconda stella Michelin 2026 a Casa Rana.

Giovedì 7 maggio a Milano sarà annunciato il Best new Opening riferito alle nuove aperture avvenute lo scorso 2025 e che hanno ottenuto subito 2 Ombrelloni: Kora Beach a Segrate, Singita a Orbetello e Libbani a Maratea.

Retrocessioni e conferme: la maturità della guida

Come accade in Francia con la Michelin, anche nel mondo dei Beach Club sono spesso le retrocessioni a fare notizia. E se in Italia non esiste ancora un’anteprima ufficiale così antipatica, la nuova edizione della guida Morellini ai Beach Club nazionali lascia comunque un segno: dagli undici 3 Ombrelloni Gold dello scorso anno si scende a dieci.
Un segnale di rigore, che conferma la volontà dell’editore di mantenere alta l’affidabilità di una guida che oggi censisce 300 stabilimenti in tutta Italia.

La sorpresa dell’Emilia‑Romagna: Cala Cedrina

La Riviera romagnola, da Lido delle Nazioni a Cattolica, registra una sola ma significativa novità. A Punta Marina, laddove un tempo sorgeva il Bagno Pelo, ha aperto lo scorso anno Cala Cedrina, gestito dalla famiglia Tagiuri e Bonci.
Un progetto che punta su un’identità precisa: il loro core business resta l’aperitivo con dj set diurno, affiancato dai servizi classici di spiaggia e ristorazione. Una scelta che li distingue nel panorama regionale.

Le grandi new entry: dalla Puglia alla Laguna di Venezia

Tra le nuove entrate che fanno subito rumore spicca Borgo Egnazia, che porta nella guida la sua Cala Masciola a Savelletri di Fasano (Br): debutto diretto con 3 Ombrelloni.
Poco più a nord, in provincia di Bari, a Monopoli, dopo un soft opening, la stagione 2025 ha segnato l’avvio ufficiale di Calderisi Mare, anch’esso premiato con 3 Ombrelloni.

A Venezia, invece, il Lido accoglie il nuovo concept del Blue Moon, che con i suoi mille ombrelloni debutta con 2 Ombrelloni.
Cambio di gestione per Tombolo Beach Club a Marina di Castagneto Carducci: dagli Antinori al Gruppo Cosmopolitan, e subito arrivano 2 Ombrelloni.
In Liguria, a Varazze, Cala Loca entra in guida con 1 Ombrellone, frutto dell’ottima stagione 2025.

Le migliori Experience 2025: dieci eccellenze in Italia

La categoria Best Experience 2025 ha premiato dieci Beach Club su trecento, con una distribuzione che racconta bene la varietà del Paese.

Campania: tre riconoscimenti, a Vico, Vietri e Paestum. Qui spicca il Beach Club 93 dell’Hotel Savoy 4*L, già noto per le due stelle Michelin del ristorante Tre Olivi.

Toscana: due premi, a Capalbio a La Dogana — con la gestione affidata a La Torre, due stelle a Roma — e a Forte dei Marmi, dove brilla invece Alpemare il 3 Gold della famiglia Bocelli.

Sicilia: il Lido Villeggiatura del Belmond Villa Sant’Andrea, struttura insignita di due Chiavi, entra tra le eccellenze.

Emilia‑Romagna: il riconoscimento va a Boca Barranca di Marina Romea, grazie alla creazione dello chef Riccardo Cevenini: una crema pralinata al gianduia con mandorle salate e sorbetto al cacao amaro, diventata simbolo della loro proposta gourmet.

Festeggia anche il Singita di Marina di Ravenna, che dopo l’apertura all’Argentario ha ottenuto 2 Ombrelloni anche lì.

Best New Opening: il verdetto atteso il 7 maggio

Durante la presentazione milanese sarà annunciato anche il Best New Opening, dedicato alle nuove aperture del 2025 che hanno ottenuto subito 2 Ombrelloni. In corsa ci sono:

Kora Beach a Segrate
Singita a Orbetello
Libbani a Maratea

Tre nomi che rappresentano tre modi diversi di interpretare il concetto di Beach Club contemporaneo.

Con una Pasqua che arriva in anticipo, il pensiero corre inevitabilmente alla riapertura delle spiagge. Tranquilli: niente Bolkestein, anche se in Veneto il litorale è già da tempo concentrato nelle mani di pochi gestori. Piuttosto, l’attesa è tutta per la nuova Guida ai Beach Club d’Italia 2026, in uscita a breve con i dati della scorsa stagione.

Intanto, l’anno passato la Riviera romagnola ha visto brillare tre stabilimenti insigniti di tre Ombrelloni, un riconoscimento importante ma non ancora il vertice: il vero top restano i Gold, che richiedono ben altri investimenti e che, per ora, si trovano soprattutto in Versilia, Liguria, Trieste, Sardegna, Positano e Taormina.

La novità più interessante per l’Emilia-Romagna arriva da Milano Marittima, dove il MarePineta — che festeggia i suoi primi cent’anni — si prepara a rinnovare completamente la parte a mare, con nuove suite nella Club House del Tennis & Padel. È probabilmente l’unica realtà del territorio che, in prospettiva, potrebbe ambire ai tre Ombrelloni Gold.

A pari merito, sul podio romagnolo, ci sono anche Fantini Club di Cervia e Lido Le Palme di Riccione, due proposte molto diverse tra loro. Il Gruppo Leardini, nella Perla Verde, punta su piscine, idromassaggi, teli mare complimentary, Mini Club e un’impostazione più “resort”, senza ristorante ma con un chiringuito informale. Il Fantini, invece, resta fedele alla sua anima sportiva: sei punti di ristorazione, dal pesce alla pizza del self service, e un’offerta dinamica che parla a un pubblico attivo. A Milano Marittima, la Famiglia Salaroli — che di Bagni se ne intende — propone un’unica ristorazione elegante e curata, capace di sorprendere sia a pranzo che a cena.

Scendendo di un gradino, tra i due Ombrelloni troviamo realtà molto diverse:

a Cattolica, l’AltaMarea Beach Village, un vero “villaggio” con otto bagni in uno, piscine e tre ristoranti;

a Cesenatico, il Marè;
a Marina di Ravenna, il Coco Loco guidato dallo chef Federico Gualtieri,

e il Singita, concept nato nel Lazio e oggi presente anche a Malta, Fregene (tre Ombrelloni) e più recentemente all’Argentario;
a Marina Romea, Aloha Beach e Boca Barranca.

Con un solo Ombrellone, ma con identità ben definite, troviamo:

La Piaggia a Casalborsetti, succursale del Royal Milano Marittima, che meriterebbe un upgrade per il contesto;

55 Beach Marrakech a Lido di Spina, in pieno stile Buddha Bar,

affiancato dalla discoteca Malua 54 con ristorante aperto solo a pranzo;

a Rimini, Plage Turquoise

e Tortuga,

entrambi con ristorazione affidata alla Famiglia Bronzetti, che gestisce anche hotel e il bagno Nettuno (non valutato).

La pizza non manca tra i premiati: a Marina di Ravenna la si trova sia al Singita che all’Hookipa, così come al Casta di Milano Marittima.

Il Papeete, oggi ridimensionato nell’offerta, si trova accanto al Family Hotel all inclusive Miami: la ristorazione è affidata a Spadoni, mentre il Beach Club e il beverage restano in gestione diretta. Risultato: due Ombrelloni in terza traversa, ma non di più.

Diverso il caso del Globus Beach, meno glamour ma con la stessa gestione dell’hotel e lo chef Sergio Crispoldi — storico volto del Teatro di Cervia — ai fornelli: anche qui due Ombrelloni.

Ha guadagnato un Ombrellone il Samsara, trasferito da Gallipoli a Riccione, con discoteca anche la domenica pomeriggio e ristorante al primo piano, aperto solo a pranzo.

Per dovere di cronaca, va citato anche Bagni 45 Maristella a Gabicce: su richiesta, grazie a un tunnel privato che collega la Baia degli Angeli alla spiaggia, arrivano i piatti dello stellato La Gioconda. Un unicum.

Forse la proposta più intrigante tra quelle con un Ombrellone è però il Sarabi di Cervia, aperto nel 2024 da Filippo Castagnoli e Valentina Cereda (Truky). Atmosfera arabeggiante, cura dei dettagli, Chef Domenico D’Addario e una soluzione che farà felici i bagnini: niente più fatica ad aprire e chiudere gli ombrelloni, basta un click sul telecomando.

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A Faenza si ritorna in centro al Vittoria per il Gourmet

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Anche in Romagna, proprio come a Dubai, gli alberghi iniziano a “svecchiarsi”. E lo fanno in un momento simbolico: mentre la celebre Vela degli Emirati, inaugurata nel 1999, chiude per diciotto mesi di totale ristrutturazione. Un segnale dei tempi, che trova eco anche qui.

A Faenza, ad esempio, il rinnovamento è già iniziato dal Vittoria, l’unico vero albergo storico della provincia di Ravenna — un primato che manca sia nel forlivese sia nel cesenate. A Rimini, dove il vuoto è colmato da sempre dal Grand Hotel, a muoversi è stato invece il Savoia, nato come Hungaria e pensato inizialmente per la clientela ungherese, poi ricordato da molti anche come Meridien nei primi anni Duemila. Ma di questo via abbiamo già parlato.

La novità più fresca arriva da Faenza: lo chef Irvin Zannoni approda in corso Garibaldi dopo essersi fatto notare a Casalborsetti, alla Capannina, dove nel 2019 conquistò il Cappello dell’Espresso. Da lì il passaggio a Savarna, al Kolibrì, e poi il ritorno del Cappello sulla costa, al Boca Barranca di Marina Romea. Negli ultimi anni Zannoni ha intrapreso un percorso dedicato ai ristoranti con camere: prima nella sua Russi, alla Locanda del Viaggiatore di Godo, ora nel cuore della città delle ceramiche.

Il Cocktail Bar e il Ristorante sono stati completamente rinnovati e affidati a imprenditori già noti tra Faenza e Forlì: dalla Birreria alla Contea di Val d’Amone Wine Relais di Brisighella, fino al Bar della Stazione. La proposta gastronomica punta sul pesce, pur lasciando spazio a valide alternative di terra: un equilibrio naturale per uno chef che è stato allievo di Perbellini.

È un segnale importante per Faenza: un ricambio generazionale che riporta qualità in centro, dove una stella Michelin c’era davvero — quella di Agli Amici, con lo chef Silverio Cineri. E le guide in uscita potrebbero apprezzare anche la presenza della giovane sommeliére francese Alicia, arrivata proprio dalla Savoia, dal paese della Chartreuse. E già che si parla di stella manfreda, merita una menzione anche Amna, nell’ultima sede di Silverio in piazza del Mercato, oggi guidato da una Cheffe di cui presto si parlerà.

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Piacenza ri-ospita la presentazione Michelin 2027

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La Via Emilia Best tornerà protagonista anche il prossimo giovedì 12 novembre, quando il Teatro Municipale di Piacenza ospiterà la presentazione della Guida Michelin 2027. Una conferma attesa, che arriva insieme alle dieci novità di aprile, tra cui spicca quella – prevedibile ma significativa – del Sant’Agostino, il ristorante ricavato nella suggestiva Chiesa-Museo affacciata sul Po, appena oltre il ponte che segna il confine con la Lombardia.

Il locale, già noto per la breve ma intensa parentesi che aveva visto ai fornelli lo chef stellato a Milano sia al Trussardi alla Scala che al Lume (Richard Ginori), ha cambiato pelle negli ultimi mesi. La cucina è ora guidata da Mario Brina, chef che si era distinto in provincia, alla Locanda Sensi di Rivergaro, e che avrebbe assunto la gestione del Sant’Agostino insieme al compagno e socio. Alla proposta serale ha aggiunto un Light Lunch, formula molto apprezzata a Piacenza, dove a mezzogiorno si prediligono uno o due piatti ben eseguiti, senza rinunciare alla qualità.

Tra le novità Michelin figura anche Il Cigno di Mantova, storico indirizzo della città Ducale. Dopo una lunga carriera con la stella Michelin ottenuta dal 1975 al 1991 e mantenendo sempre un livello alto, la Famiglia Martini ha deciso di passare il testimone a un’altra realtà già affermata nel mantovano: la Pasticceria Antoniazzi di Bagno San Vito, forte delle sue 2 Torte del Gambero Rosso 87/100, oltre a Zanarini Bologna, Museo Ferrari Maranello, Rinascente Milano, Caffè Borsa Mantova. Chef Riccardo Muscillo reduce dal Bartolini di Parma e Michel Bras a Laguiole in Francia.

E non è tutto. La buona notizia dell’ingresso in Guida può arrivare anche per ristoranti e hotel temporaneamente chiusi. È il caso dell’Orso Grigio Biohotel di Cavalese, oggetto di una completa ristrutturazione in vista dei Giochi Invernali che hanno coinvolto anche il Trentino oltre a Milano-Cortina. Qui lo chef Luca Caviola, passato dallo stellato L’Chimpl, aveva iniziato oltre tre anni fa il suo percorso da titolare di cucina. La riapertura è prevista per fine giugno.

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Qualche Hotels in Romagna è entrato nel Gotha

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Sulla Via Emilia, attraversando la Romagna, ci si imbatte in una costellazione di indirizzi che guardano con una certa trepidazione alla nuova geografia dell’ospitalità firmata Michelin Hotels. Alcuni di questi attendono ancora la promozione alla celebre Chiave, un riconoscimento che in Regione, finora, è stato concesso soltanto a Casa Maria Luigia di Modena, la dimora di Massimo Bottura, che ne ha conquistate addirittura tre in un colpo solo. Per trovare un altro “uno-due-tre” bisogna spingersi fino a Venezia.

L’Umbria non è da meno, con una sorprendente concentrazione di strutture nel comprensorio di Umbertide, mentre Firenze festeggia la recente promozione del Four Seasons ai Giardini della Gherardesca, anch’esso entrato nel club dei “tre”.

In Romagna, invece, ci si deve accontentare — si fa per dire — della sola segnalazione. A Milano Marittima spicca l’unico cinque stelle lusso della località, il Waldorf in Settima Traversa, affiancato dal più semplice ma solido “cinque” Premiére e dal 4*S Le Palme, con spiaggia privata e tutto ciò che ruota attorno alla storica famiglia Astolfi. Nessuna menzione, per ora, per gli altri cinque stelle della zona — MarePineta, Palace, Bovelacci — nonostante facciano di Mi.Ma una delle località con la più alta densità di hotel di lusso pro capite. Ma qui non si parla di stelle assegnate dall’assessore al Turismo: la partita è un’altra.

Dalla provincia di Ravenna si scende verso Rimini, dove l’i-Suite mantiene salda la propria segnalazione Michelin, mentre il Grand Hotel — quello della memoria felliniana — resta fuori dai radar. A Riccione resiste The Box, a Cattolica il Carducci 76 di Massimo, fratello di Alba Ferretti, e a Pesaro l’Excelsior: tutti “dei nostri”, tutti con menzione.

E poi c’è la novità più intrigante degli ultimi mesi, in provincia di Forlì-Cesena, legata a doppio filo anche al Football Club locale. Il Monty Banks — nome d’arte del ballerino, attore e regista Mario Bianchi, nato a Cesena prima del secolo scorso — volle quella villa per sé. Oggi Michele Manuzzi e la moglie l’hanno riportata alla vita trasformandola in un raffinato relais, un omaggio alla storia e al cinema.

Superato il Rubicone, si entra in Emilia. A Bologna, in pieno centro, il 4*S I Portici continua a brillare, forte anche della stella Michelin del suo ristorante. Poco distante, l’ex Baglioni mantiene il suo fascino, mentre a Minerbio — località che fu stellata ai tempi di Minarelli, prima dell’avventura di Osteria Bottega in città — si trova il delizioso Elizabeth Country House, parte di una piccola collezione di alberghi distribuiti tra le calli veneziane e via del Corso a Roma.

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Predappio Mondiale

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Una sorpresa che, per impatto, potrebbe ricordare il possibile ripescaggio dell’Italia al prossimo Mondiale arriva dal mondo del vino: la sola Romagna figura infatti tra le new voices introdotte quest’anno ad OperaWine. Sono 25 le cantine al debutto, per un totale di 150 protagonisti che sabato 11 aprile animeranno la Gran Guardia di Verona, nel pomeriggio, alla vigilia dell’apertura di Vinitaly.

In degustazione ci sarà anche l’ultima annata di Stralisco di Chiara Condello, una selezione particolare de Le Lucciole che non viene prodotta ogni anno e che delizierà gli ospiti con la 2021. Dopo alcune edizioni senza rappresentanti romagnoli, la piccola azienda di Predappio guidata dalla giovane vigneronne torna così sotto i riflettori e potrebbe ambire, in prospettiva, anche alla celebre Top 100 di Wine Spectator, la classifica più influente del settore, forte di un Sangiovese in purezza. Se ne riparlerà a novembre.

Intanto, per festeggiare, giovedì scorso l’importatore del South Carolina – di passaggio al Wine Resort Borgo Condé – ha potuto assaggiare Le Lucciole 2022, attuale Tre Bicchieri, servito fuori carta al Ristorante Bistrot DiVino in via del tutto eccezionale. Una scelta che conferma l’attenzione verso i tanti estimatori, in Italia e nel mondo, che ogni anno esauriscono le circa cinquemila bottiglie prodotte.

I vini di Chiara Condello compaiono nelle carte dei migliori ristoranti internazionali: dall’Atelier Moessmer di Brunico, dove il sommelier WBSS Lukas Georges – austriaco di Innervilgraten, a pochi chilometri dal confine – li propone con orgoglio, fino al Prezioso di Merano, che conserva ancora la prima annata de Le Lucciole, la 2015, gelosamente custodita.

Per il ripescaggio dell’Italia al Mondiale, invece, bisognerà attendere.

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Anteprima Vinitaly con Wine Spectator, noi non ci saremo

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Non ci sono aziende della via Emilia – da Ancona a Milano – alla preapertura di Vinitaly 2026 con Wine Spectator. E allora, verrebbe da dire, non ci resta che versarci tre bicchieri e berli noi, per capire cosa sta succedendo davvero.

Sembra infatti che non ci siano emiliano-romagnoli, pavesi e a quanto pare solo Umani Ronchi dai Castelli di Jesi, presenti sul mercato americano o tra le aziende selezionate per OperaWine, l’evento inaugurale di sabato 11 aprile alla Gran Guardia di Verona.

In Romagna, quest’anno, i Tre Bicchieri parlano soprattutto di Albana: da Brisighella, nel ravennate, ai Colli Imolesi in provincia di Bologna, fino ai Sangiovesi di Bertinoro, Modigliana e Predappio nel forlivese. Per Celli e Gallegati è la prima volta che viene premiato un vino diverso da quelli già riconosciuti nelle annate precedenti: I Croppi per il bianco, Corallo per il rosso. Chiara Condello, Noelia Ricci, Villa Papiano e Monticino Rosso confermano invece le nuove annate, consolidando un percorso ormai stabile.

Mauro Sirri, di Celli, è particolarmente soddisfatto: quest’anno è stata considerata anche la linea Bron & Ruseval, la più alta dell’intera produzione. Un progetto nato nel secolo scorso, ispirato all’idea di creare un “Super Rubicon” romagnolo, utilizzando vitigni internazionali. All’inizio si trattava di Cabernet Sauvignon per il rosso e Chardonnay per il bianco; col tempo si è aggiunto anche un blend con il 40% di Sangiovese, oltre al 100% premiato quest’anno. La novità delle ultime ore in casa Celli è proprio un’Albana Bron & Ruseval, frutto di un progetto iniziato nel 2017: un centinaio di Magnum e oltre duemila bottiglie da 0,75, destinate a un pubblico già abituato a investire in etichette di alto profilo.

Il forlivese domina con quattro rossi, e Predappio, grazie ai suoi Wine Relais, fa addirittura il bis rispetto a Modigliana e Bertinoro. Il resto dei riconoscimenti parla in chiaro, con l’Albana che continua a imporsi grazie a etichette come Codronchio e Corallo Bianco.

Tornando all’assenza — quest’anno davvero clamorosa — dell’Emilia‑Romagna e dell’Oltrepò Pavese a OperaWine by Wine Spectator, l’evento che tradizionalmente apre il Vinitaly 2026, vale la pena ripercorrere la storia della presenza regionale in questa selezione.

Alla prima edizione del 2012 figurava una sola azienda romagnola: Drei Donà, realtà forlivese confermata fino al 2016. Nel 2017 lo scenario cambia: entrano La Stoppa, nei Colli Piacentini, e Tenuta Pederzana, nel mondo del Lambrusco, mantenendo comunque viva la rappresentanza regionale. Negli anni immediatamente precedenti — 2015 e 2016 — erano invece presenti Lini 910 di Correggio e Medici Ermete & Figli, entrambi con i loro spumanti.

Il 2018 segna il ritorno di Drei Donà, che si affianca ai Lambruschi già selezionati l’anno precedente. Nel 2019 restano in scena solo gli emiliani, con l’aggiunta di Cleto Chiarli & Figli.

Il 2021 è l’ultima annata davvero significativa per la Romagna: oltre a Drei Donà e Lini, compaiono Tenuta Pederzana, Fattoria Zerbina nel faentino e Ronchi di Castelluccio a Modigliana, nel Forlivese. È, di fatto, l’edizione con la presenza più ampia e articolata tra Forlì e Faenza.

Dal 2022 in poi, però, il silenzio: nessuna azienda romagnola è più stata selezionata.

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